SANITÀ, TURNI E SACRIFICI NON BASTANO: IL RICONOSCIMENTO DEI LAVORI USURANTI RESTA UNA PROMESSA MANCATA
Per anni abbiamo sentito parlare degli operatori sanitari come di “eroi”. Lo abbiamo sentito durante la pandemia, lo abbiamo sentito nei convegni, nelle campagne elettorali, nelle visite istituzionali agli ospedali e nelle dichiarazioni di circostanza.
Poi però, quando si tratta di trasformare quei ringraziamenti in diritti concreti, il copione sembra sempre lo stesso.
Il tema del riconoscimento dei lavori usuranti per infermieri, operatori socio-sanitari, ostetriche, tecnici sanitari e per tutto il personale che garantisce assistenza continua ai cittadini continua infatti a rimanere sospeso tra annunci, promesse e rinvii.
Eppure basterebbe guardare la realtà quotidiana dei nostri ospedali, delle RSA, delle strutture territoriali e dei servizi di emergenza per comprendere quanto queste professioni siano caratterizzate da condizioni di lavoro particolarmente gravose.
Parliamo di lavoratori che affrontano turni notturni per decenni, che operano durante i festivi mentre il resto del Paese è a casa con le proprie famiglie, che movimentano pazienti, che gestiscono emergenze, che si confrontano quotidianamente con la sofferenza, la malattia e troppo spesso anche con episodi di aggressione verbale e fisica.
Parliamo di professionisti che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con una cronica carenza di personale, con organici sempre più ridotti e con un aumento costante delle responsabilità.
Secondo i dati disponibili, il personale sanitario italiano è tra i più anziani d’Europa. In molte realtà l’età media supera ormai i cinquant’anni e non è raro vedere infermieri e OSS impegnati in attività fisicamente impegnative anche dopo quarant’anni di servizio.
Una situazione che dovrebbe interrogare chiunque abbia responsabilità politiche e istituzionali.
Perché se è vero che la sostenibilità del sistema pensionistico è un tema importante, è altrettanto vero che non si può ignorare la sostenibilità del lavoro.
Che qualità dell’assistenza può garantire un sistema che pretende da operatori sempre più anziani di continuare a sostenere gli stessi ritmi di lavoro, gli stessi turni e gli stessi carichi fisici di quando avevano trent’anni?
La questione non riguarda privilegi o corsie preferenziali.
Riguarda il riconoscimento oggettivo della natura usurante di professioni che garantiscono un servizio essenziale ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, per trecentosessantacinque giorni all’anno.
Riguarda la dignità di lavoratrici e lavoratori che troppo spesso vengono ricordati soltanto quando il sistema entra in difficoltà.
Riguarda la coerenza della politica.
Perché non si può continuare a celebrare il personale sanitario nelle occasioni ufficiali e contemporaneamente ignorare le richieste che da anni arrivano dal mondo del lavoro e dalle organizzazioni sindacali.
La UIL FP PAVIA ritiene che sia arrivato il momento di aprire un confronto serio sul riconoscimento delle professioni sanitarie e socio-sanitarie tra le attività usuranti e gravose, individuando strumenti previdenziali adeguati che tengano conto delle peculiarità di questi lavori.
Non servono medaglie.
Non servono passerelle.
Non servono nuove dichiarazioni di principio.
Servono scelte concrete.
Perché dietro ogni turno di notte, dietro ogni festività trascorsa in reparto, dietro ogni emergenza affrontata e dietro ogni paziente assistito c’è una persona che sta mettendo a disposizione la propria professionalità, la propria salute e una parte importante della propria vita.
E chi si prende cura degli altri merita finalmente che qualcuno inizi a prendersi cura anche di lui.